Il digitale, la decadenza sociale ed altre questioni di questa epoca ancora umana

Il digitale, la decadenza sociale ed altre questioni di questa epoca ancora umana

L’assenza di chiarezza sugli obiettivi sociali e individuali, sulla cultura del rischio e la confusione tra materiale e immateriale sono gli elementi a cui mettere mano con urgenza.

Il digitale, sottoforma di dinamiche e tecnologie, ha profondamente modificato gli aspetti più ampi dell’organizzazione sociale, politica ed economica fino a quelli più individuali, intimi delle persone. Per riflettere sull’argomento può essere interessante utilizzare il modello di recente messo a punto dal MIUR, sulla base del quale sono appena partiti i lavori per definire il Curriculum dell’Educazione Civica Digitale, attraverso il quale studenti ed insegnanti avranno l’opportunità di capire cosa succede in questa nuova realtà senza più andare “alla cieca“ com’è stato sino ad ora.
Il modello si basa principalmente su cinque aree: internet (architettura, diritti, economia), educazione ai media (muoversi e comportarsi in rete), educazione all’informazione (cercare, analizzare e utilizzare correttamente l’informazione), dati e intelligenza artificiale (capirne il ruolo ed in valore), cultura e creatività digitale (stare in rete è anche un atto culturale).
Ciò premesso, c’è ora da chiedersi quanti dei fenomeni rilevati per ciascuna area possano essere classificati come un’evidenza evolutiva e quanti invece possono essere annoverati tra i disastrosi problemi di cui tutti parlano ma per i quali ancora nessuno ha dato una soluzione convincente.
Mentre i media ci vanno a nozze – si sa che il disastro “vende” più della lieta notizia – non si riesce proprio a capire quale sia la causa e quale l’effetto. Per semplificare e nato prima l’uovo o la gallina? È stato il digitale a creare un modello sociale così decadente come quello che viviamo, oppure la decadenza sociale nel suo inarrestabile declino sta trascinando via anche le potenzialità del digitale?
Nell’attesa di comprendere meglio, anche se sociologi e psicologi sembra si limitino con le loro ricerche ad osservare e pubblicare senza però ipotizzare soluzioni, bisogna focalizzare l’attenzione su alcune esigenze imprescindibili alle quali mettere rapidamente mano.

Per prima cosa bisogna notare che è andata persa una visione chiara degli obiettivi da perseguire e delle strategie da applicare per raggiungerli. Vogliamo tutti quanti incrementare le risorse economiche di cui disponiamo oppure vogliamo vivere in modo più sereno, sano, altruistico? Tanto è forte la confusione che istituzioni nate per uno scopo preciso adottano modelli consolidati per altre. Ad esempio: la scuola, nel tentativo di risolvere gli insuccessi degli ultimi decenni, tenta di avvicinarsi ai modelli organizzativi di business – con buona e ulteriore insoddisfazione di tutti -, l’informazione si è dedicato a vendere le notizie più che a darle, mentre le imprese private si sono dedicate alla responsabilità sociale e alla filantropia pur di acquisire visibilità e ricavare qualche beneficio in termini di deducibilità fiscale.

In secondo luogo, a nessuno è chiaro come gestire eventuali scostamenti inattesi rispetto agli obiettivi definiti. Nonostante le dinamiche siano notevolmente più complesse e si evolvono con rapidità sorprendente rispetto al passato, la maggior parte delle persone non possiede le nozioni basilari di una cultura del rischio. È difficile valutare correttamente le conseguenze di azioni compiute attraverso strumenti “nuovi“ che cambiano in modo anomalo. È difficile non considerare più le probabilità che situazioni potenzialmente disastrose si verifichino, tendendo a minimizzare tutte quelle che sembrano assurde. Ma i cigni neri (Il cigno nero, Taleb, 1998) vengono avvistati ormai quotidianamente.Ed infine è difficile valutare quale anello potrà risultare più debole in una catena in cui le relazioni sono ormai ultra mediate, rispetto al passato, da moltissimi attori.
Del resto non è sconosciuto il caos che ormai governa anche i poteri dello Stato. Il legislativo identifica possibili soluzioni, senza chiarire però i metodi di applicazione, mentre il giudiziario è spesso protagonista di interpretazioni inattese e disarmanti rispetto alla alle già fumose regole (se) stabilite.

Come terza e ultima questione bisogna notare che è subentrata una forte confusione tra il materiale e l’immateriale. Si comprano servizi più che beni e molti di essi per erogare altri servizi invece di produrre qualcosa di tangibile. Il denaro corre silente sul cavo della fibra – prima almeno le banconote frusciavano – sotto forma di pericolose valute sconosciute, in transazioni pubbliche impossibili da ricondurre ad un ordinante o ad un beneficiario.
Le informazioni e le comunicazioni sono le armi di ultima generazione di scorribande e guerre che a volte non si sa nemmeno che sono scoppiate. Non che il rumore degli spari fosse gradevole, ma perlomeno si sentiva.
Persino il valore è diventato un concetto oramai così confuso che non si sa più se appartenga alla sfera economica o quella etico-morale, scekerarndole drammaticamente insieme in una poltiglia seppur inodore, incolore e insipida, quantomeno nauseabonda alla vista.
Il film Matrix predisse qualcosa che era difficile da credere: una realtà in cui la divinità onnipotente si fonde con una complessa struttura di rete. Del resto quando i sistemi divengono troppo complessi perché l’uomo riesca ad immaginarli nella loro totalità, come lo è ora in Internet, è solito congiungere le mani ed iniziare a pregare.

Tutto questo si può aggiustare? Oppure è tutto da rifare?
Certo è che guardando al passato non c’è nulla che possa far pensare ad un ricorso della storia. Questo è un corso unico, nuovo di zecca. E noi, attori di un’esperienza mai vissuta prima, che però rischia di marchiarci a fuoco. Ma la storia è piena di esempi e modelli virtuosi, ben più funzionali di quello che più o meno consapevolmente abbiamo deciso di utilizzare.
C’è bisogno di consapevolezza circa il presente: ovvero conoscere gli obiettivi, definire e rispettare le regole del gioco, conoscere le conseguenze nel caso uno decida di fare di testa propria, con il rischio di scoprire l’acqua calda e sbagliare. C’è bisogno di responsabilità: formarsi, informarsi e sentirsi pronti a pagare le conseguenze delle scelte errate. E poi c’è bisogno di reinterpretare ogni gesto, ogni relazione in funzione di una chiave universale che ha retto a tutti i tentativi di falsificazione nella storia della filosofia, dai tempi di Cristo fino a Kant: “ama il prossimo tuo come te stesso“.
Digitale o no, è l’unico punto utile da cui ripartire.

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